

VITERBO - “Sono un ex studente del Liceo Classico “M.Buratti”; ma frequentavo la sede di Piazza Dante. Il palazzo di via Carletti per me era solo la “ex GIL” dove avevano sede altre scuole”.
“Oggi si spendono tante parole sulla contraddizione esistente tra l’intitolazione di un Liceo ad un Partigiano e una sede ex fascista. C’è voluta l’improvvisa procedura di restauro del palazzo per accorgersi del problema; eppure, a parte una scritta sulla facciata, il palazzo conservava e conserva scritte incise su pietra che lo battezzano della sua nascita e del suo uso originario. Quando vi fu spostato il Liceo Classico, non se ne accorse nessuno, e nessuno si scandalizzò? Associazioni, politici, intellettuali, storici…” “Negli anni Novanta sono stato assessore provinciale alla cultura, in una giunta di sinistra e poi di centrosinistra. Nessuno – neppure in Giunta - mi sottopose allora il problema, che avrei preso in carico volentieri, visto che il palazzo è di proprietà dell’Amministrazione provinciale e in virtù degli amichevoli e fattivi rapporti che condividevo con la Sovrintendenza di allora. Forse sembrava che la semplice intitolazione del Liceo Classico fosse sufficiente a cancellare il passato dell’immobile…”
“Oggi, nel corso di un restauro conservativo, emerge una scritta fascista in bella vista che, incrociando l’intitolazione a Mariano Buratti, sta turbando i sonni di chi ha a cuore la libertà, la democrazia, l’antifascismo.”
“La figura peggiore la fa la Sovrintendenza; così solerte nel restaurare e rimettere in vista una scritta della fine degli anni Trenta e così distratta da permettere che un’opera architettonica del tardo liberty, che ha segnato per ottanta anni il volto urbanistico del quadrante sudorientale della città – parlo di Castel Firenze, presente perfino in certe cartoline illustrate d’epoca - fosse distrutto per far posto ad un moderno condominio. Strane contraddizioni, imperdonabili distrazioni? Incapacità di governo dei beni territoriali? Giudicate voi”.
“Ho imparato, frequentando molti colleghi docenti di Architettura, che quando c’è una successione di simboli e di utilizzazioni relativi ad un bene architettonico, occorre scegliere di restaurare e mantenere quello più consono all’uso che se ne fa oggi. Del resto, questo è coerente anche dal punto di vista socioantropologico, con riguardo alle dinamiche della comunicazione sociale e istituzionale. Accade anche a un quadro o ad un affresco, magari oggi famoso e ormi entrato nel repertorio della conoscenza collettiva, ma che cela precedenti lavori e ripensamenti dell’Autore o di altri Autori. In tal caso, la sorte di una scritta pitturata sulla facciata del palazzo in questione e in palese contrasto con i valori della destinazione d’uso attuale dell’immobile, poteva essere segnata, riservando ad un utile cartello rievocativo della storia del palazzo, la citazione della sua destinazione originaria e delle conseguenti intestazioni apparse nel tempo. Non è questione di damnatio memoriae - non siamo di fronte ad un’opera d’arte del modernismo – ma di buon senso e di rispetto per i valori su cui si fonda la nostra Costituzione”.
Francesco Mattioli