

VITERBO – Di fronte a cambiamenti climatici sempre più aggressivi, la necessità di incrementare il verde pubblico – e in particolare il numero degli alberi in città – rappresenta una priorità non più rinviabile. Più ombra, maggiore ossigenazione e un efficace contrasto alle 'isole di calore' urbane sono obiettivi fondamentali e ampiamente condivisi.

Tuttavia, la crisi climatica in atto mostra anche un altro volto: quello di eventi meteorologici estremi e improvvisi. Le cronache recenti raccontano con frequenza di raffiche di vento eccezionali e burrasche violente capaci di sradicare fusti e spezzare rami, creando pericoli concreti per la sicurezza di persone e cose. Una realtà che impone alle amministrazioni rigorose strategie di monitoraggio della stabilità arborea e, nei casi di piante gravemente malate o irrimediabilmente compromesse, l'estrema decisione dell'abbattimento.
Questa complessa gestione apre però il campo a riflessioni più profonde. Se da un lato serve piantumare alberi già sviluppati – capaci di garantire in tempi brevi un reale beneficio ecologico e di ombreggiatura –, dall'altro occorre evitare con la massima attenzione il rischio di tagli ciechi o affrettati. Una città, infatti, non è fatta solo di nuovi alberi, ma anche e soprattutto di esemplari vetusti che costituiscono la memoria vivente della sua evoluzione urbanistica e culturale.
Viterbo, pur evidenziando storiche lacune nella distribuzione omogenea del verde pubblico, vanta un patrimonio di assoluto rilievo: dai grandi viali alberati al giardino di Pratogiardino 'Lucio Battisti', dal varco urbano verso la riserva dell'Arcionello fino al parco rinascimentale di Villa Lante a Bagnaia.
Il pericolo attuale è che, nella comprensibile foga di garantire sicurezza e rinnovare il verde, a farne le spese siano proprio gli alberi più antichi. Oltre ai patriarchi custoditi all'interno delle ville storiche, esistono infatti esemplari diffusi tra i vari quartieri cittadini che nel tempo ne hanno plasmato e rafforzato l'identità visiva:
Il Pioppo nero di viale della Grotticella: situato all'altezza del dismesso 'Ponte di Roma', la cui piantumazione è databile al 1880.
Il Platano del Ponte di Paradosso: testimone centenario della Viterbo antica, risalente circa al 1900.
Il Platano di viale Armando Diaz: colosso verde la cui origine si colloca intorno al 1890.
Si tratta di piante situate in snodi stradali ed edificate molto frequentati. Proprietà per la quale potrebbero facilmente finire nel mirino di un'interpretazione superficiale o burocratica della 'sicurezza urbana'.
Al contrario, la vera prevenzione non si fa con la motosega a prescindere, ma con la competenza: questi monumenti botanici richiedono controlli strumentali periodici, cure fitosanitarie mirate e interventi di manutenzione conservativa. Salvare gli alberi storici significa proteggere, insieme al paesaggio, l'anima stessa di Viterbo.
Priscilla Mattioli