

VITERBO - Un operatore socio-sanitario finito sotto processo con l'accusa di aver compiuto abusi nei confronti di alcune pazienti ricoverate nel reparto psichiatrico di una struttura sanitaria di Viterbo è stato condannato a quattro anni e otto mesi di reclusione. La decisione è stata pronunciata dal collegio giudicante presieduto dal giudice Jacopo Rocchi al termine della camera di consiglio di oggi lunedì 15 giugno.
La pena inflitta risulta notevolmente inferiore rispetto ai nove anni richiesti dalla Procura nel corso della requisitoria. Il procedimento riguardava quattro distinti episodi contestati all'imputato.

Nel dettaglio, il tribunale ha assolto l'uomo dall'accusa relativa al fatto considerato più grave, stabilendo che non vi fossero elementi sufficienti a dimostrarne la sussistenza. Un secondo capo d'imputazione è stato invece riqualificato come violenza privata, mentre per gli altri due episodi è stata riconosciuta la circostanza della lieve entità.
Due delle quattro donne coinvolte nel procedimento si erano costituite parte civile. Per entrambe il tribunale ha disposto un risarcimento, quantificato rispettivamente in 7mila e 2mila euro.
L'inchiesta aveva preso avvio l'11 settembre 2018 in seguito alla denuncia presentata da una paziente alle forze dell'ordine. Nel corso delle successive indagini altre tre donne avevano riferito episodi analoghi, circostanza che aveva portato all'arresto dell'operatore il 9 ottobre dello stesso anno.
Durante il processo, accusa e difesa hanno sostenuto ricostruzioni profondamente differenti. La Procura ha ritenuto che le condotte contestate fossero avvenute in momenti separati ma accomunate da modalità simili, approfittando della particolare fragilità delle pazienti ricoverate. Secondo l'impianto accusatorio, gli episodi si sarebbero verificati in diversi ambienti della struttura, tra cui bagni, stanze del reparto, locali di servizio e ascensori.
L'accusa ha inoltre sostenuto che l'uomo avrebbe sfruttato le condizioni psicologiche e cliniche delle donne per compiere comportamenti a sfondo sessuale, comprendenti contatti fisici non consensuali e palpeggiamenti. In alcune circostanze, sempre secondo la Procura, si sarebbe presentato alle pazienti come infermiere pur svolgendo il ruolo di operatore socio-sanitario, accrescendo così la propria autorevolezza agli occhi delle ricoverate.

La linea difensiva ha invece contestato la ricostruzione accusatoria, sostenendo che le dichiarazioni delle presunte vittime si sarebbero influenzate reciprocamente e definendo eccessiva la richiesta di condanna avanzata dalla Procura.
Il procedimento, iniziato nel 2019, si è protratto per quasi venti udienze ed è stato caratterizzato da aspetti processuali particolarmente complessi. Con la sentenza emessa, il collegio ha scelto una soluzione significativamente diversa rispetto alle richieste formulate dall'accusa.
Al termine del giudizio, il difensore dell'imputato, l'avvocato Marco Russo, ha evidenziato come la pena resti comunque rilevante, pur sottolineando la consistente riduzione rispetto alla richiesta della Procura. Il legale ha inoltre manifestato soddisfazione per l'assoluzione relativa all'accusa più grave, per la riqualificazione di uno dei capi d'imputazione e per il riconoscimento della lieve entità negli altri due episodi, precisando che ulteriori valutazioni saranno possibili soltanto dopo il deposito delle motivazioni della sentenza, previsto entro novanta giorni.