ANNO 9 n° 324
Un pentito di camorra dietro la rapina alla gioielleria Bracci
Difensore: 'Verso l’incidente probatorio'
30/05/2018 - 06:57

VITERBO – Si sarebbero dati appuntamento la mattina per concordare assieme gli ultimi dettagli prima del colpo. Una colazione, prima di agire. È il 14 marzo del 2018. Durante la mattinata altri due appostamenti fuori dalla gioielleria Bracci, in via del Corso, in pieno centro a Viterbo, in attesa della chiusura, per la pausa pranzo.

Proprio in quel momento sarebbero entrati in azione: due donne a fare da palo all’entrata del negozio, e gli altri due, i loro compagni di vita, all’interno. Il pentito di camorra Ignazio Salone e suo cognato, Stefan Grancea, pistola alla mano avrebbero intimato a tutti i presenti di consegnare oro, gioielli e i soldi presenti nella cassa.

Ma non solo, avrebbero anche legato loro mani e piedi con lo scotch per agire indisturbati e poi utilizzato una donna, l’unica presente nel negozio, come scudo per la fuga.

Una rapina, che sarebbe potuta finire in tragedia: Bracci, padrone dell’omonima gioielleria, approfittando di un momento di distrazione, sarebbe riuscito a raggiungere il suo ufficio, a prendere la pistola, detenuta regolarmente, e a sparare dei colpi in aria. Solo il caso ha voluto che la reazione di Salone non diventasse letale: l’arma che il rapinatore aveva in mano si sarebbe inceppata. Mandando a vuoto il colpo.

La fuga dei malviventi, a bordo dell’Alfa 147 della sorella di Salone, non è durata che poche ore: tutti e quattro, le due donne e i due uomini sono stati fermati all’indomani dal colpo dagli uomini dell’Arma. Su di loro le accuse di rapina in concorso e sequestro di persona.

Tutti in carcere da quel giorno – tranne la compagna di Salone, incompatibile con la misura perché in stato di gravidanza – ora chiedono un confronto con la Procura. E lo fanno tramite i loro avvocati, Samuele De Santis e Matteo Moriggi.

''Stiamo valutando le singole posizioni – spiega De Santis, per i coniugi Grancea – siamo pronti ad un colloquio con il pm Franco Pacifici e all’incidente probatorio, seppur a distanza di due mesi dal fatto''.

E sulla reclusione della donna all’interno della casa circondariale di Civitavecchia, sottolinea: ''Da quanto emerso, Elena faceva solo da palo, inammissibile che sia ancora reclusa. Se l’incontro in Procura non dovesse dare i frutti sperati, non ci rimane che ricorrere al Riesame''.

 

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