ANNO 7 n° 204
'' Basta ricerca,venderò ricambi d'auto''
Lettera di Massimo Piermattei, da sempre precario dell'Unitus,
17/07/2017 - 07:06

VITERBO – Massimo Piermattei è, anzi era, un ricercatore dell’università della Tuscia. Era perché da storico dell’integrazione europea ha deciso di dedicarsi alla vendita di ricambi d’auto. Massimo ha dato l’addio alla sua professione alla soglia dei 40 anni quando, dopo anni di studi e sacrifici, ha capito che avrebbe continuato a vivere sempre da precario. La scelta di lasciare è maturata per questioni di sopravvivenza.

Lo storico 39enne dell’Unitus ha già contribuito molto per l’ampliamento delle conoscenze culturali avendo scritto due monografie e oltre 25 saggi e articoli scientifici in italiano e in inglese. Ma questo evidentemente non basta per avere un contratto vero con cui poter campare. A spiegare le motivazioni del suo addio alla ricerca universitaria è lo stesso Massimo Piermattei attraverso una lettera pubblicata interamente da Repubblica e che ha, nel giro di poche ore, fatto il giro del web scatenando ampi dibattiti anche fuori dall’Italia.

Perché le parole di Massimo non spiegano solamente la sua situazione personale, ma raccontano brutalmente la storia di un Paese che non investe sulla cultura facendo volare cervelli all’estero o favorendo chi ha le giuste conoscenze in un sistema universitario, ed educativo in generale, totalmente imperfetto e scorretto nei confronti di chi desidera apportare un contributo importante alla cultura mondiale.

Di seguito alcuni estratti della lettera di Massimo Piermattei, ex storico dell’università della Tuscia. ''Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell'Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l'Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell'integrazione europea all'università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa''.

''Chi prova a entrare nell'Accademia conosce già le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte. Perciò nessuno può dire: 'Io non sapevo'. Si accetta liberamente, sperando che i finali amari riguardino gli altri: perché noi siamo diversi, o perché il merito, alla lunga, viene fuori. È vero, il sistema sa sedurti con mille promesse''.

''La costante riduzione di fondi per l'Università, unita alla crescente chiusura del reclutamento, ha fatto sì che i professori ordinari abbiano visto crescere in modo esponenziale il loro potere. Sono come un imperatore che decide, con un gesto del pollice: tu sì, tu no. Certo, ci sono le 'lotterie' dei bandi nazionali ed europei, ma siamo appunto nel mondo del gratta e vinci. Le tante riforme varate per premiare il merito hanno finito per danneggiare solo i più deboli. E anche quello sul merito è un ritornello stucchevole: la scarsità di soldi e di posti scatena la guerra tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, tra poveri''.

''Di fatto, per entrare hai bisogno di un 'maestro' che ti aiuti a costruire un curriculum spendibile e di un ‘tutore’ che ti faccia passare i concorsi, o comunque ti garantisca posizioni e risorse: due figure che spesso coincidono. Le eccezioni ci sono, ma confermano la regola, e permettono al sistema di giustificarsi: 'Vedete? È tutto trasparente'. Se non li hai, un maestro e un tutore, sei orfano, e per gli orfani non c'è futuro. Magari qualcuno ti aiuterà per un po', ma finisce lì. E io, da un po' di tempo a questa parte, ero orfano''.

''Cosa può fare un orfano testardo che voglia comunque provare a costruirsi una carriera? Si dibatte tra i contratti d'insegnamento e le collaborazioni. I primi, in cambio dell'opportunità di tenere un piede dentro e farti chiamare ‘professore’, garantiscono pochi soldi in cambio di un'enorme mole di lavoro (l'ultimo che ho avuto era di 1.500 euro lordi per 60 ore di lezione e una decina di appelli d'esame). Le seconde, oltre a essere tassate in modo clamoroso, portano via tempo ed energie. A perderci, naturalmente, è la ricerca''.

''Conosco il ritornello: si può sempre partire, no? Comprendo bene le ragioni di chi lascia l'Italia per l'estero, ma su questo punto ha preso piede una retorica imbarazzante. È passata l'idea per cui se lavori fuori sei bravo; se hai scelto l'Italia sei, come minimo, complice del sistema''.

''Cosa succede al 'giovane' studioso che a quasi 40 anni non ha ancora una prospettiva? Semplice: si trova a un bivio. Se insiste con la carriera, sa che una famiglia la costruirà, forse, molto più in là. Se privilegia la famiglia, le opportunità di lavoro si riducono drasticamente. I figli, poi, una catastrofe. Quanti sacrifici hanno fatto mia moglie e i miei due bimbi perché io potessi ancora tentare''.

''Lungi da me il denigrare la scienza: viva le macchine! Viva i laboratori! (Da qualche settimana, per vivere, vendo ricambi d'auto). Ma il nostro rifiuto della Storia è vergognoso''.

''E ciò che soprattutto rimane inaccettabile è lo spreco di risorse di un'intera generazione. Quante persone ho incontrato in dieci anni; quanti talenti. Quanta rabbia nel vederli appassire. Oggi sono uno di loro. Me ne vado per dignità. Non rinnego quel che ho fatto, perché mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Non è una resa, ma un issare le vele per tornare in mare aperto. 'Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede'. Smetto quando voglio''.


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