ANNO 9 n° 345
Ricorso per riaprire le porte gialloblu
Camilli ha già mosso i suoi legali per contrastare l'assurda decisione del giudice
27/04/2016 - 02:00

di Andrea Arena

VITERBO – Una città incredula, ferita nell'onore. Che si sente vittima, ma senza fare del vittimismo. Il giorno dopo la clamorosa sentenza del giudice sportivo – che ha chiuso al pubblico lo stadio Enrico Rocchi per la prossima partita casalinga, dell'8 maggio contro l'Arzachena, la presumibile quanto auspicabile gara che segnerà il ritorno della Viterbese nel calcio professionistico dopo 8 anni di assenza – Viterbo oscilla tra la rabbia e l'orgoglio. E qui il calcio, il pallone, l'oppio dei popoli, c'entra relativamente. Perché la sanzione del giudice Francesco Riccio (completata da duemila euro di multa, lo stipendio di un funzionario pubblico) è considerata come una pena eccessiva, sopra le righe, una punizione ingiusta sia per misura, sia per tempistica. Una condanna troppo aspra, per una piazza che tra l'altro nell'arco di tutto il campionato si era comportata in un modo eccellente, senza far registrare comunque altri provvedimenti del genere a suo carico.

''Perché proprio adesso? - si domandano i tifosi nei bar e nei soliti ritrovi – Perché punire un'intera città quando è sul punto di esplodere in una festa attesa da tanto, troppo tempo?''. Ed ecco che tornano ad affiorare i vecchi discorsi, le antiche paranoie già vissute qualche anno fa. Ritornelli che cantano di un ''Palazzo'' che non può vedere la Viterbese e i viterbesi. Di un Camilli troppo ingombrante, troppo vincente, per trovare spazio in un pallone pro' sempre gestito dai soliti noti. Di un'evoluzione – più raffinata ma altrettanto mortale – di quella sceneggiata messa su la scorsa estate, per evitare di discutere il ricordo (fondato) dello stesso club gialloblu contro il mancato ripescaggio in Lega Pro. Paranoie, manìe di persecuzioni, certo, perché ''il calcio è tutto bello, il calcio è tutto pulito'', come vuole la vulgata. Da reigistrare pure qualche gufo, che ha approfittato della sentenza per sfogare tutta la sua invidia per la marcia trionfale dei gialloblu di Nofri, e per la gestione vincente dei Camilli: gufi viterbesi, razza (purtroppo) protetta.

Di sicuro, nelle motivazioni della decisione manca qualcosa. Perché non può essere stato il comportamento dei tifosi a determinare una sanzione così eccessiva. Né è chiaro cosa sia successo negli spogliatoi, lontano dagli sguardi dei non ammessi nell'area riservata. Se fosse accaduto davvero qualcosa di grave, tale da giustificare un turno a porte chiuse per un interno stadio che contiene cinquemila spettatori (della serie: le colpe di uno ricadano su tanti), sarebbe stato da spiegare meglio. Specie per chi non l'ha ancora capito.

In ogni caso, alla rabbia e alla frustrazione contro un sistema che da sempre funziona così, è il caso di opporre tutti gli strumenti dell'intelligenza e della civiltà. E affidarsi al buonsenso, alla fiducia nel comandante Camilli e in tutta la sua dirigenza: il ricorso sta per essere definito dal pool di legali di fiducia del patron. I quali cercheranno di ottenere una sospensiva della sanzione in tempi rapidi, così da poter giocare a porte aperte la sfida con l'Arzachena. Vedremo quali margini verranno concessi dal regolamento di giustizia sportiva. Ma è lecito sperare che a quella che è sembrata una grande (e indiscriminata) ingiustizia, corrisponda la possibilità di difendersi nelle sedi opportune, con gli stessi mezzi e le stesse possibilità di vittoria. Per l'altra vittoria, invece, l'appuntamento è per domenica a Roma, sul campo dell'Astrea, unico giudice che conta, almeno in questo caso.





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