ANNO 7 n° 324
Occupazione, l’agricoltura salva Viterbo
Numeri in calo in ogni settore: il capoluogo della Tuscia resta nel tunnel della crisi
24/07/2017 - 07:27

VITERBO – La crisi, che tanti politici continuano a bollare come ''superata'', sta lasciando ancora il segno a Viterbo. Secondo una indagine condotta dalla Camera di Commercio di Latina infatti, Ad eccezion fatta per il settore agricolo infatti, il numero di occupati a Viterbo è in sensibile diminuzione.

Questi dati non fanno altro che evidenziare il difficile momento che vive l’economia locale, all’interno della quale i molti giovani che hanno scelto di restare nel loro territorio d’origine hanno deciso di riavvicinarsi al mondo agricolo, riprendendo magari la strada percorsa diversi anni prima da genitori o nonni.

L’agricoltura è infatti uno dei pochi settori lavorativi in cui la crescita occupazionale è stata più consistente (+7,9% a Viterbo), addirittura la migliore in tutta la Regione Lazio. Considerando che la media nazionale si è fermata al +4,9%, per la città dei papi questi numeri costituiscono un segnale incoraggiante anche per il futuro.

Purtroppo però, negli altri la casi le statistiche hanno evidenziato come il capoluogo della Tuscia stia ancora navigando in acquee burrascose. Il caso più drammatico è forse quello dell’industria, dove gli occupati sono calati addirittura del 13,5%, unico dato negativo di tutto il Lazio. A questo va aggiungersi la drammatica situazione del settore delle costruzioni, crollato del 13,3% e, anche in questo caso, fanalino di coda dell’intera regione. Ultimo, ma non meno importante, il trend negativo anche nel campo degli alberghi e della ristorazione, dove il picco negativo più consistente si è registrato proprio nell’Alto Lazio.

La situazione occupazionale nel viterbese continua ad essere difficile, con il numero degli occupati totali che continua a scendere (-1,8%) e che solo Frosinone ha saputo superare nell’anno solare 2016 con un -2,3%. Quando l’industrializzazione sembrava averla fatta da padrona, ecco che la crisi economica reinventa lo scenario lavorativo, indirizzando i giovani e le nuove generazioni verso il caro, vecchio mondo agricolo.







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