ANNO 7 n° 264
''Noi, archeologi sottopagati e precari''
Il professor Mandolesi spiega le dure condizioni di lavoro dei ricercatori
21/10/2013 - 02:18

di Alessandra Pinna

VITERBO – Sempre più spesso ci imbattiamo in notizie riguardanti ritrovamenti archeologici: le statuette femminili in bronzo di Gravisca, i due scheletri abbracciati di Grotte di Castro e il sepolcro della Ricamatrice della necropoli della Doganaccia, a Tarquinia. Ritrovamenti che infondono incredulità, per il fatto che il  territorio possa ancora nascondere, a distanza di secoli, racconti di altre epoche e altre civiltà.

Ma se non ci fossero stati gli archeologi avremmo potuto rivivere queste epoche così lontane? La risposta è semplice: no. Perché quei tesori sarebbero stati probabilmente preda di tombaroli e saccheggiatori, o nascosti in chissà quale casa, a fare bella mostra su qualche cassettiera o vetrina. Tra questi archeologi c’è anche Alessandro Mandolesi, il professore di Etruscologia e antichità italiche all’università di Torino e direttore degli scavi alla Doganaccia (Tarquinia), premiato qualche giorno fa in Regione dal presidente del consiglio Daniele Leodori, insieme alla sovrintendente per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale, Alfonsina Russo, le archeologhe Maria Rosa Lucidi e Maria Gabriella Scapaticci e le restauratrici Antonella Di Giovanni e Marina Angelini, per la scoperta della tomba etrusca che apparteneva a una nobildonna ricamatrice.

‘’Sono felice per il riconoscimento che ci è stato dato in Regione dal presidente del consiglio Leodori – commenta il professore Mandolesi – ma questa scoperta deve portare alla luce il grande lavoro degli archeologi. Spesso ragazzi che, pur di non rimanere con le mani in mano e fare il lavoro per cui hanno studiato, accettano condizioni lavorative svilenti e umilianti. Insomma, un prezioso lavoro, che purtroppo oggi vale davvero poco’’.

Le collaborazioni con i cantieri, infatti, si basano sostanzialmente su contratti a progetto, i quali non permettono di maturare i contributi per la pensione, in caso di infortunio prevedono la sospensione del rapporto lavorativo e nella maggior parte obbliga i ragazzi ad aprire partiva Iva, con tutti gli oneri e i costi.

‘'Gli scavi alla Doganaccia sono stati portati avanti grazie al finanziamento di due imprenditori – prosegue Mandolesi – E solo grazie a loro noi archeologi abbiamo potuto lavorare e riportare alla luce la tomba. Una notizia che ha fatto il giro del mondo ma che nasconde un lato amaro: quello di chi in questi cantieri ci lavora. Tutte le campagne scavi in Italia non sono finanziate adeguatamente e chi lavora è sempre precario (anche il professor Mandolesi rientra in questa triste categoria ndr). Con l’aggravante – spiega - che non esistono né un albo né una regolamentazione del tariffario, e quindi l’archeologo viene pagato in base alle esigenze della cooperativa o della ditta che prende l’appalto di un lavoro’’.

Questo, però, è solo una minima parte di un problema più ampio. ‘’E’ necessario cambiare direzione – chiarisce Mandolesi – perché la Cultura, purtroppo, si trova all’ultimo gradino della scala gerarchica del nostro Paese: mancano finanziamenti per la valorizzazione dei luoghi storici e le risorse per la ricerca’’.

Secondo il direttore degli scavi della Doganaccia anche la politica ha le sue colpe. ‘’Ci sono siti archeologici a due passi dalla Tuscia che sono tenuti come dei gioielli – prosegue – mentre qui si assiste alla moria di bellezze che potrebbero portare turisti e far girare l’economia’’.

Insomma, grazie alla Regione per il riconoscimento ma questo non basta.

 

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