ANNO 4 n° 204
Nascetti: 'L'Antartide
gode di buona salute'
Il pro-rettore dell'Università della Tuscia in missione al Polo Sud
06/03/2012 - 14:51

VITERBO - A 18 anni dalla prima spedizione scientifica in Antartide del PNRA (Programma Nazionale Ricerche in Antartide condotto da ENEA, CNR e varie università italiane), effettuata nel 1993/94, e gli importanti risultati raggiunti, l'Università degli Studi della Tuscia è tornata al Polo Sud con il suo pro-rettore, il professor Giuseppe Nascetti. L’oggetto principale della missione è stato quello di verificare le alterazioni dell’ecosistema antartico dovute ai cambiamenti globali nei 18 anni intercorsi.

La verifica delle alterazioni si è basata sullo studio di indicatori biologici di alcune specie marine: i nematodi anisakidi, parassiti di crostacei, molluschi, pesci e mammiferi marini.

Durante la spedizione in Antartide, raggiunta con non poche difficoltà legate alle condizioni del mare, sono stati effettuati i campionamenti attraverso la pesca di varie specie di ospitiin particolare gli Ice Fish, o ‘pesci ghiaccio’, così detti per l’assenza di emoglobina nel loro sangue.

In un solo giorno è stata raggiunta la quantità necessaria ad effettuare le analisi, con la cattura di oltre 100 esemplari di ice fish e 200 pesci a sangue rosso, pescati tra i 160/200 m di profondità.

I risultati sono subito sembrati eclatanti, già dopo i primi esami effettuati in Antartide, infatti, non sono state riscontrate differenze con i dati della prima spedizione 93/94: gli Ice Fish continuano a presentare numerosissime larve di questi parassiti, dai 100 ai 1050 individui per ogni pesce.

L’abbondante presenza decreta l’ottimo stato di salute dell’ecosistema, poiché questi dati dicono che le reti trofiche antartiche sono ancora integre. Probabilmente si può affermare che l’assenza di caccia alle foche, alle balene, di attività intensiva di pesca e di fonti inquinanti preserva e conserva l’ecosistema antartico.

Questo ottimo stato di salute sembra confermato anche dal gran numero di specie presenti in Antartide e dalla elevata densità di individui nei popolamenti; un’ulteriore conferma del buono “stato di salute” dell’Antartide si potrà avere nei prossimi mesi grazie ai dati sulla diversità genetica prodotti con l’analisi del DNA.

Quindi si può affermare che l’ecosistema antartico non presenta segni di impatto umano negativa sulle reti trofiche marine, contrariamente a tutti gli altri ecosistemi marini, in primo luogo quello analogo del Polo Artico, dove si rileva una bassissima presenza di anisakidi in pesci e foche, e per di più caratterizzati da una diversità genetica ridotta.

Più in generale, l’Antartide sembra presentarsi come un nuovo centro di biodiversità marina, contrariamente a quanto ipotizzato fino ad oggi. Per lungo tempo, infatti, si è pensato che l’ecosistema marino antartico fosse un ambiente così estremo (temperatura stabilmente da milioni di anni a -1,5° in tutta la colonna d’acqua) da poter ospitare solo una scarsa biodiversità, e che le specie presenti derivassero da altri ecosistemi marini che colonizzassero e si adattassero al nuovo ecosistema.

In realtà, in Antartide è stata sino ad oggi rilevata la presenza di circa 10.000 specie nuove e molte altre sono ancora da scoprire. In particolare, grazie agli studi a livello scientifico mondiale sul DNA, sta emergendo che dall’Antartide si irradiano nuove specie e che in realtà è un centro di nascita e diffusione di specie, che possono poi colonizzare altri ecosistemi marini.

Questo porta ad affermare che il circolo Antartico è un vero e proprio hotspot di biodiversità, ma a differenza degli altri 34 hotspot individuati sul pianeta non mostra assolutamente una perdita di biodiversità, grazie alla scarsa presenza dell’uomo e quindi al limitato disturbo cui è sottoposto.

Appare quindi assolutamente necessario e indispensabile attuare tutte le misure necessarie a livello internazionale per proteggere e conservare da possibili e nocive attività antropiche l’area antartica, evitando attività di pesca e di caccia illegale e possibili fonti inquinanti, per preservare una delle ultime aree vergini del pianeta.







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