ANNO 9 n° 232
Gialloblu, è una festa infinita
Dopo la vittoria con l'Astrea e l'ovazione allo stadio, una notte di trionfo
02/05/2016 - 15:20

di Andrea Arena

VITERBO – E li senti cantare mentre scendi per piazza della Morte, oggi piazza della Vittoria. Alé alè oh oh, alè alè oh oh, e tanto già lo so che l’anno prossimo io gioco in Lega Pro. Vero, cacchio se è vero.

Tenera è la notte, e tre ore dopo aver vinto il campionato il cuore ancora rimbomba, le farfalle nella pancia, la birra che non fa. Magnamagna, il locale scelto dalla Viterbese per godere, ma stavolta Moggi non c’entra, questa è la festa del calcio pulito di chi ha sofferto per vincere, di chi non nasce con la camicia (o con gli amici degli amici), di chi avrebbe potuto vincere magari già l’anno scorso, ma il pallone sa essere anche cattivo e ingiusto.

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Ci sono tutti, al primo piano, e meno male che la loggia è di pietra antica, di quelle che non vengono giù neanche a saltare come pazzi. Le prime facce da cercare – ci perdonino gli altri – sono quelle di Alessandro, Paolo e del dottor Mario, che c’erano anche nell’era A. C., ante Camilli, il lungo periodo oscuro dei presidenti veri o presunti, degli stipendi pure veri o presunti, dei buffi invece certi, certissimi. La loro espressione, oggi, bicchiere in mano, è di serenità assoluta, quasi zen. Poi gli altri, l’altro dottore, Sandro Zucchi, uomo di motori che è stato uno dei motori nel portare il Comandante a Viterbo, la mossa della svolta. C’è il vicepresidente Luciano, che toglie la reflex al Luziatelli del Messaggero e si mette a scattare foto a tutti. C’è il presidente Vincenzo, tranquillo e giudizioso, ‘’perché ho una figlia piccola a casa’’. Ma gode, si vede che gode, e ti viene voglia di abbracciarlo e dirgli un sacco di cose.

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C’è la squadra, certo, i ragazzi. Gli argentini, Mati Vegnaduzzo che ormai è viterbese dentro, con la sua Romina: se avesse segnato anche con l’Astrea sarebbe finito il mondo, un dio del calcio esiste ed è di San Isidro. Walter Invernizzi, idolo delle signore della tribuna. Cuffa, uno che ti fa vincere i campionati. Mbaye Khalifa, che con quel rigore ha fatto strage di coronarie. Emilione Dierna, la cui capoccia da oggi è monumento nazionale. E ancora, i ragazzi, Pini, Fé (le sue mutande del Brasile, sfoggiate nel finale, hanno già fatto epoca) e tutta la combriccola. Più passano i minuti e più i giocatori cominciano a rendersi conto di quello che hanno fatto.

Federico Nofri se ne sta da una parte, le parole misurate, l’espressione tranquilla. Viene da ringraziarlo, a lui come la terra d’Umbria, che alla fine a Viterbo ha portato vincitori, da Carmelo Bagnato (umbro d’adozione) a Paolo Berrettini. Eccone un altro da inserire nella storia.

Si canta ancora, con dediche particolari al Grosseto, mentre la notte corre, i brividi pure, e la festa non finisce, non finirà. E tra quarant’anni ancora a ripensarci, al sapore della vittoria, e a ricercarlo sulle labbra.





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