ANNO 9 n° 340
''Ecco come nasce la festa di S. Andrea''
L’iniziativa di Mario Palmi, viterbese doc, per far conoscere le origini della tradizione
25/11/2019 - 06:46

VITERBO – Le tradizioni rappresentato il tessuto socio-culturale del territorio. Si sa. E lui, Mario Palmi, 72 anni suonati (ma solo sulla carta di identità), viterbese doc e con un entusiasmo fuori dal comune, in questi giorni sta facendo il giro dei principali forni e pasticcerie del capoluogo per far conoscere una delle più antiche (e golose) usanze viterbesi. Quella del pesce di Sant’Andrea, che cade il 30 novembre. E che un tempo era considerata una seconda Befana: tutti i bambini, infatti, la sera della vigilia mettevano sul davanzale della finestra un piattino vuoto per trovarci, l’indomani mattina, un pesce di cioccolato. Una dolcissima abitudine che si è tramandata fino ad oggi; tanto che, in segno di affetto, viene scambiato anche tra fidanzati, amici e genitori.

Ecco perché, sbirciando tra le vetrine dei negozi in questi giorni, è impossibile non notare un tripudio di pesci di ogni dimensione avvolti in coloratissime stagnole. Una gioia per la vista, prima, e per il palato, poi.

Ma se l’usanza commerciale del pesce di Sant’Andrea è nota ai più, in pochi conoscono le sue origini. E allora ecco la lodevole iniziativa del signor Palmi. ‘’Tempo fa – spiega - ho compiuto una ricerca e sono riuscito a risalire all’origine di questa festa, che affonda le sue radici addirittura nelle tradizioni etrusche’’.

Si tratta infatti di un’usanza tipicamente viterbese legata all’antico culto del santo apostolo, a cui è intitolata una delle chiese più antiche della città, a Pianoscarano. Gli anziani raccontano che in occasione della ricorrenza di Sant’Andrea, il parroco era solito mettere nell’acquasantiera un pesce di cioccolata per ogni sacrestano, e uno per il vescovo.

‘’È incredibile pensare che la maggior parte di noi viterbesi non conosca il proprio passato’’, dice Palmi. Che, a pochi giorni dall’appuntamento, si è dato il compito di diffondere il ‘’verbo’’ distribuendo fotocopie di un vecchio articolo di giornale, che narra tutta la storia del pesce di Sant’Andrea, nei forni e nelle pasticcerie cittadini, affinché i clienti possano darci una sbirciata.  

Fotocopie che, ovviamente, ha donato anche a noi. Ed ecco cosa abbiamo imparato. 

Chi è stato Sant’Andrea. Veneratissimo nei primi tempi del cristianesimo, fratello di San Pietro, fu lui che scoprì per primo Gesù e lo fece conoscere al più illustre fratello. E, come Cristo, entrambi morirono crocefissi. San Pietro a capofitto, Sant’Andrea con una croce a forma di X, da cui l’uso di chiamarla croce di Sant’Andrea. Fu lui che presentò a Gesù un bambino che aveva pochi pani e pochi pesci, che miracolosamente furono moltiplicati per sfamare più di cinquemila persone. E non è azzardato affermare che da qui ebbe origine la tradizione, fra i primi cristiani, di regalarsi pesci nel giorno della festa del santo.

La venerazione in altri luoghi della Tuscia. A Canino, di cui sant’Andrea è patrono, nel pomeriggio del 29 novembre è tradizione “la scampanata”: bambini e adolescenti attraversano il centro storico trascinando decine di barattoli di metallo, legati con fili di ferro e corde. L’obiettivo originario era fare più rumore possibile, in modo tale – dice la tradizione – che sant’Andrea sentisse e ricambiasse facendo soffiare un forte vento. Così intenso da far cadere a terra tante olive, in modo che i poveri del paese potessero raccoglierle l’indomani per procurarsi l’olio per l’inverno, dato che non avrebbero potuto raccoglierle direttamente dagli alberi di proprietà dei nobili del paese.






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