ANNO 9 n° 325
Bentornato, mister all'amatriciana
Sindaco, allenatore, persona vera: Pirozzi di nuovo sulla panchina gialloblu
22/10/2013 - 14:28

di Andrea Arena

VITERBO - Quel giorno di fine primavera, anno calcistico 2007, tutti avevano la pancia piena e i lucciconi agli occhi: “Il mio compito qui è finito, ma un giorno tornerò a Viterbo, perché certe cose solo nel calcio possono accadere”. Applausi, cori, brindisi, nella notte di Amatrice, una notte di addii e di guanciale. Quel giorno Sergio Pirozzi aveva fatto il suo ultimo capolavoro, invitando nel paesino al confine tra Lazio, Marche e Abruzzo, i giocatori della sua Viterbese, lo staff, i cronisti scrocconi e i tifosi, che presero l’impegno come se fosse una trasferta fuori stagione, organizzando un pullman e portando sciarpe, bandiere e passione nel bel mezzo dell’Appennino. Amatriciana, tanta, vino rosso e un allenatore da adorare.

Perché Sergio Pirozzi è fatto così: un cuore grande, cervello arguto, battuta pronta, un amore sincero – e non sempre ricambiato – per il calcio, tutto il calcio, e idee tattiche scolpite nella roccia. Oggi, che è tornato a guidare la Viterbese, qualcuno si ricorda di quella notte meravigliosa, di un’amicizia nata per il pallone e poi proseguita a distanza, di un personaggio che il calcio viterbese è emozionato nel riabbracciare.

Per raccontare Pirozzi vale la pena proprio ripartire da Amatrice, borgo incantevole, il Velino che scorre impetuoso, verde e cascate, cibo sopraffino e gente tosta, erede della stirpe borbonica – qui, fino al 1860, si era nel Regno delle due Sicilie – e mischiata a sangue laziale, abuzzese e ascolano. Di questo paese fatato, Pirozzi fu vicesindaco e poi sindaco, carica che riveste tutt’ora e che interpreta con piglio battagliero. Perché ci vuole carattere per difendere gli interessi di un posto troppo lontano dal capoluogo (Rieti è una settantina di chilometri più giù, lungo la Salaria, ma è Ascoli la città più vicina) e ricordato soltanto quando si tratta di farsi una vacanza o una bella magnata in compagnia. Eppure, Pirozzi casa sua non l’ha mai lasciata: allenava, lavorava (proprietario di un’edicola) e faceva anche politica, consigliere provinciale, vicesindaco e poi primo cittadino. “Ogni sera torno a dormire ad Amatrice, e ogni mattina raggiungo la città dove alleno: guidare mi piace, anzi, le migliori formazioni l’ho sempre pensate in macchina”, ama ripetere a chi si stupisce del suo pendolarismo non forzato. Da giocatore, raccontano che fosse lo stesso caparbio individuo di oggi, anche se non ha mai fatto carriera. Da tecnico, invece, una sfilza di successi, con la Coppa Italia vinta all’Ostiamare, la storica promozione in D con la Sorianese (sui Cimini ancora lo adorano), naturalmente la parentesi in gialloblu. E ancora: la grande occasione ad Ascoli, in Primavera e sempre in procinto di salire in prima squadra. E poi l’Aprilia, e il San Basilio Palestrina nella passata stagione.

Uomo schietto, Pirozzi, e per questo non sempre fortunato in un mondo bastardo come questo della palla. Simpatico quando c’era da esserlo: gli allenamenti guidati con la maglietta “Pirozzi vattene”, che gli dedicarono ironicamente i tifosi reatini. La musica a palla durante il riscaldamento. Gli irresistibili soprannomi ai giocatori. Quell’autobiografia che ha sempre voluto scrivere, col titolo già fatto: “Un allenatore all’amatriciana”. Le amicizie vere, seminate in ogni posto dove ha lavorato: a Viterbo, gente come il preparatore Giovannini o l’ex team manager Gobbino ancora lo adorano, e lo accompagnavano, la notte prima di una partita importante, a spargere il sale sulla panchina. Tatticamente, magari, le squadre di Sergione non giocano benissimo: compatte, attente alla fase difensiva, col modulo che non deve essere una schiavitù ma un punto di forza. “Con Pirozzi devi avere la squadra forte, se ce l’hai stai tranquillo”, dicono quelli che ci capiscono. Chissà se è vero. Di certo, questa Viterbese è forte, fortissima.

Semmai, l’unica incognita è legata a quanto potrà funzionare il rapporto con i Camilli. Ma adesso è presto per pensarci. Meglio magari concentrarsi su un dato di fatto: Pirozzi col Rieti non ha mai avuto un rapporto facile, la vecchia storia che nessuno è profeta in casa sua. E visto che l’avversario più pericoloso della Viterbese è proprio il Rieti, stai a vedere che ci scappa lo scherzetto. Nell’attesa, bentornato mister. Mi casa es tu casa.





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