ANNO 7 n° 352
Azienda di Castiglione in Teverina coinvolta nel traffico di rifiuti tossici
Sette arresti, sequestri di stabilimenti anche nel territorio della Tuscia
11/10/2017 - 15:51

VITERBO - La Tuscia finisce nell'inchiesta della Guardia Costiera su un traffico internazionale di rifiuti tossici. E' infatti di Castiglione in Teverina una delle aziende coinvolte.

L’inchiesta è partita all’inizio del 2016, quando da un controllo di routine dei trasporti via mare gli investigatori si sono imbattuti in due società - la Tmr di Castiglione in Teverina e la Alluminio Frantumati di Orvieto - che effettuavano movimentazioni sospette.

Due anni di intensa attività investigativa, coordinata dalla DDA di Roma, hanno portato la Guardia Costiera a sgominare un cartello di imprese dedite al traffico internazionale di rifiuti metallici contaminati che spediti via mare su container da vari porti italiani (Civitavecchia, Livorno, La Spezia, Genova e Ravenna), raggiungevano le destinazioni di Cina, Indonesia, Pakistan e Korea. Oggi sono stati eseguiti numerosi arresti e sequestri di aziende in varie regioni d’Italia tra Lazio, Toscana e Umbria.

Il gip presso il tribunale di Roma, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, ha infatti emesso 7 ordinanze di custodia cautelare personale e disposto il sequestro preventivo di diversi stabilimenti situati in Orvieto e nel viterbese, oltre a svariati milioni di euro da sequestrarsi per destinare a confisca, quale recupero sui proventi illeciti.

L’indagine, partita da alcuni container sospetti ispezionati dalla Capitaneria di porto di Civitavecchia, coadiuvata dall’Agenzia delle Dogane, ha da subito mostrato profili di rilievo nazionale relativamente alla provenienza dei rifiuti ed internazionale per quanto attiene alle destinazioni. I soggetti arrestati e le loro aziende, mediante vari giri di false attestazioni e certificati, acquistavano rifiuti industriali complessi e contaminati, su tutti da PCB (policlorobifenili – di tossicità equiparata alla diossina), e, dopo aver simulato lo svolgimento di procedure di bonifica in Italia, lo rivendevano tal quale come materiale recuperato e “pronto forno” per un nuovo ciclo produttivo. In realtà i rifiuti, in Italia, subivano solamente una mera macinatura e, fortemente inquinati, venivano spediti via mare nelle destinazioni internazionali, senza nessuno scrupolo per la salute degli operatori in contatto con gli inquinanti.

La trattazione e la bonifica dei rifiuti è disciplinata da un articolato quadro normativo nazionale, europeo ed internazionale che discendono dalla Convenzione di Basilea. Ogni operatore, in ogni fase della filiera, deve poter dimostrare la provenienza e la destinazione dei prodotti, nonché i trattamenti a cui sono stati sottoposti o a cui saranno sottoposti.

46milioni di euro l’anno è la media del giro d’affari derivante dal traffico illecito che emerge dalle indagini, a cui si deve sommare l’effetto negativo indiretto su tutti gli operatori rispettosi delle regole del settore, in particolare le aziende sane che offrono sul mercato i servizi di bonifica, limitando per esse i margini di guadagno; senza contare i maggiori costi per le imprese che conferiscono lecitamente i rifiuti.

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