ANNO 8 n° 319
Lettera 22
''Casamodica''
di Giuseppina Palozzi
19/10/2018 - 00:59

di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

L’Italia è il primo produttore mondiale di Kiwi.

Questa affermazione mi ricorda con affetto quelle con cui il mio professore di tecnica alle medie era solito testare l’attenzione della classe nei dettati.

Si, perché sembra impossibile che un frutto ancora collocato tra quelli esotici nei supermercati si sia in realtà guadagnato lo ius soli.

Ma tra la nascita e la cittadinanza ne passa di strada da fare.

Che è un po’ come chiedersi: “i figli sono di chi li fa o di chi li cresce?”.

Un quesito non solo irrisolvibile, ma soprattutto inutile.

Perché le persone non sono parallelepipedi da 100g di cacao non concato.

Mentre scrivo ho l’impressione che tendiamo a difendere con codici e rigide dinamiche casa-nostra, mentre non ci rendiamo conto di considerare fluidi e permeabili i confini delle altre vite/storie/persone.

Con una mano prendiamo e con l’altra teniamo ben chiuso il nostro tascapane.

La riflessione è proprio questa: ciò che temiamo nell’Altro spesso è roba che ci riguarda.Ma più nello specifico, in effetti, cos’è che ci spaventa?

Che ci portino via qualcosa o che quel qualcosa non sia nostro?

Che sia un piatto di minestrina al formaggino o un nome sulla graduatoria delle matricole, cos’è che davvero conta?

L’impressione è che viviamo in negativo, annullando sempre di più desideri ed obiettivi e concentrandoci sulla minaccia dell’Altro.

Minaccia poi di cosa che non facciamo altro che ricercare un appiattimento di status e stile di vita.

Quella cosiddetta uguaglianza che sottende l’annullamento, invece.

Ecco, forse la minaccia allora diventano quelle voci fuori dal coro, uomini fuori dalla caverna disposti a lottare per vedere le cose alla luce del sole.

I Piero Angela di Pompei.

Tutte le Ilaria Cucchi.

E tutti i cosiddetti disobbedienti civili.

Che chiedono tutt’altro che condono.

Sono passati 20 anni esatti dalle parole di uno dei più noti conduttori radiofonici della storia:

per credere, certi momenti serve molta energia” (“Radiofreccia”, 1998).

Ma quello in cui credi nessuno te lo può portare via.

Ed è quella la tua cittadinanza, quella la tua dimora.






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