ANNO 8 n° 319
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Stefano Cattani: esprimersi attraverso la fotografia
di Beatrice Manocchio
21/10/2018 - 11:45

di Beatrice Manocchio

Stefano Cattani è un ragazzo di 18 anni di Civita Castellana, da poco diplomato all’odontotecnico Colasanti e attualmente studente di Design della comunicazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli.

È appassionato di fotografia e attraverso essa riesce ad esprimersi al meglio; abbiamo avuto l’occasione di poter ammirare due suoi progetti alla mostra Art and Work Gallery durante le feste patronali di Civita Castellana e incuriositi abbiamo fatto a Stefano qualche domanda.

Come è nata la passione per la fotografia?

In modo abbastanza casuale. La fotografia mi ha sempre interessato quindi durante gli anni delle medie acquistai la mia prima reflex che in realtà utilizzai poco e senza capirne il valore. Soltanto negli ultimi anni ho capito e rivalutato davvero, trasformando questo interesse in passione.

Hai fatto un corso o sei un autodidatta?

Autodidatta. Ho imparato sperimentando, cercando in giro, chiedendo e confrontandomi con chi più esperto di me.

Cos'è per te la fotografia?

È il mio mezzo di espressione, forse non l’unico ma sicuramente uno dei principali. Fotografare significa potermi esprimere, ed esprimermi significa comunicare qualcosa che non sarei capace di dire attraverso le parole.

Cosa puoi dire riguardo ai due ' progetti' che hai esibito alla mostra Art Work Gallery?

Rappresentano due lati del mio essere me. Il primo è un progetto che porto avanti da un po’ e il quale è nato per associazione di fattori. Si tratta di una serie di stampe da rullini a colore 35mm scattati in modo spontaneo e non pensato. La macchina che utilizzo è una vecchia analogica di mia madre che tento di utilizzare nel suo stesso modo, in sostanza scatto “a caso” e senza pensarci troppo. Accumulando nel tempo una certa quantità di rullini, e riguardando le relative stampe, ho notato che molte foto sono legate in modo viscerale tra di esse, rappresentano infatti tanti frammenti della mia quotidianità e del mio essere giovane. Questo progetto non ha un nome in quanto non è una cosa finita, anzi è materia in costante evoluzione proprio perché trasposizione visiva della mia vita.

Il secondo, “Terraformare”, è invece un reportage sull’azienda della mia famiglia e un’analisi introspettiva della mia persona. Il nome rappresenta il duplice significato del progetto: il primo, quello che si riceve a primo impatto osservando le immagini, è legato alla dimensione del lavoro agricolo riguarda perciò (quasi puramente) l’atto vero e proprio di terraformare. Il secondo, quello per me più introspettivo e ancora più personale rispetto al primo, posso definirlo come estensione ai rapporti umani del significato letterale di “processo di terraformazione”.

Hai avuto altre esperienze oltre alla mostra?

Se ti riferisci al campo delle esposizioni no, questa è la prima. Se intendi in generale nel campo della fotografia sì, qualcuna.

Quali?

Tra queste due collaborazione con l’associazione culturale Kill the pig, per il progetto Pubblica, in cui ho partecipato come assistente fotografo alla fotografa, e cara amica, Sara Francola durante gli scatti del work in progress e di quelli finali di entrambi gli interventi urbani realizzati da questa associazione, appunto. Uno di questi è quello attuato su Civita Castellana, operato dall’artista Jerico e concluso circa un anno fa.

Pensi che la fotografia rimarrà per te sempre e solo una passione o ci sono buone probabilità di poterla trasformare in un lavoro?

Onestamente, al momento, vorrei che essa rimanga un’esclusiva passione. Ti spiego, la mia visione della fotografia è così alta che avrei quasi paura a trasformarla in un vero lavoro, proprio perché essa rappresenta il mio mezzo di espressione. Nonostante questo comunque mi piacerebbe coniugare questa passione al campo per il quale sto studiando, e cioè quello della comunicazione. Per rispondere, quindi, concretamente alla tua domanda, attualmente non credo ci siano ampie probabilità di trasformarla in un lavoro in futuro però tutto è possibile, rimango disponibile a nuovi cambiamenti.




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