ANNO 8 n° 266
Lettera 22
''Umanità del patrimonio''
di Giuseppina Palozzi
15/06/2018 - 02:44

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

A Roma da qualche giorno il 669 fa da capofila per la sperimentazione dei tornelli gialli a bordo degli autobus. L’obiettivo è porre fine all’utilizzo dei mezzi senza biglietto: fermare dunque i furbetti del bigliettino.

Proprio a questi si riferiscono le testimonianze dei pendolari indignati per il servizio scadente attribuito proprio alle ''evasioni''.

Sempre di tornelli si parla a Venezia, dove il sindaco ha pensato di istallarli con lo scopo di contenere l’invasione di turisti che mettono a dura prova la capienza e portata della città.

In un caso il confronto con chi non fa lo stesso, nel secondo con chi col suo arrivo indirettamente modifica e trasforma una città in una specie di parco turistico cancellando la storia dei residenti.

Entrambe le città sono patrimonio dell’Unesco, ovvero sono inserite in una lista mondiale di siti riconosciuti di notevole importanza culturale e naturale e dunque da tutelare.

Sono patrimonio dell’Umanità.

La parola ''patrimonio'' si riferisce trasversalmente a diversi campi: legge, economia fino alla biologia.

Ma già la sua derivazione linguistica, che passa da ''compiti del padre'' a ''cose del padre'', ne contiene il duplice valore: cosa abbiamo sembra aver a che fare con cosa siamo.

Quella che potrebbe sembrare un’affermazione superficiale e materialista contiene in realtà un significato ben più profondo e ben oltre il mero livello quantitativo.

La qualità di ciò che abbiamo ha a che fare con la qualità di ciò che siamo.

Le testate giornalistiche riportano continuamente casi di degrado dovuto a rifiuti, liste d’attesa interminabili per gli ospedali pubblici, disastri dovuti a costruzioni e manutenzioni inadeguate, evasione e conflitti di interesse e ancora titoli su titoli cui quasi ci siamo assuefatti.

Ma, al di là del libero pensiero e della libera opinione, lo scopo dei giornali è di informarci su cosa succede.

Sono il nostro specchio, dunque.

Non la foto digitale che vediamo già prima di scattare, ma la nostra polaroid, quella che devi aspettare sia asciutto l’inchiostro per vedere com’è.

Ecco, noi in quella polaroid siamo quelli che devono risolvere qualcosa, vedendo così solo la parte cancerogena di qualsiasi cosa.

Guardiamo al problema dimenticando l’opportunità che questo ci offre.

Arrivando quindi, come i treni regionali, sempre in ritardo.

Pensiamo agli Altri solo in termini di furbizia o invasione, poco conta se siano pendolari della stessa città, migranti dello stesso mondo o extraterrestri della stessa Galassia nel ''cielo su Torino''.

La nostra soluzione è sempre la stessa: risolvere il problema.

Quello che ci sfugge però è che, così facendo, il patrimonio finanziario scavalca quello genetico.

Il Potere supera l’Umanità.

Si insinua l’illusione che per stare bene si debba scegliere una ''Classe'' sempre più ''Prima'' e sempre più privilegiata, così da esorcizzare sempre più i rischi di venire a contatto con chi non se lo può permettere: il problema.

Ma siamo davvero così?

Siamo davvero solo sterili aliquote?

Io credo di no.

Credo semplicemente che abbiamo paura di smarrire i confini interni ed esterni, dimenticandoci che l’unica cosa che nessuno può portarci via è la nostra Umanità.

Il senso del vivere insieme.

Se investiamo sulla Promozione possiamo rendere migliore la Sanità, proprio come se investiamo sul Sociale possiamo rendere migliore la convivenza.

Il mondo non ci appartiene come proprietà da difendere ma come qualcosa di cui prenderci cura attivamente per continuare a viverlo e trasformarlo. Insieme.

Siamo tutti sulla stessa barca.

Capito questo, non avremo più bisogno di svendere la nostra Umanità per avere un trattamento migliore.






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