ANNO 9 n° 177
Lettera 22
l'ora blu
a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta
12/04/2019 - 07:17

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

 

La linea dell’orizzonte segna la nostra terra.

Delimita e al tempo stesso espande il nostro stare.

Quando il sole è appena sotto quella linea, la luce si colora di un blu avvolgente, quasi velluto.

Calma che viene quasi da trattenere il respiro.

Uno scatto che non ha bisogno di filtri.

Che, senza il ricordo, può essere fine o può essere inizio.

Ma che succede quando quella linea trema?

Che luce rivelano quelle crepe?

Uno sciame di scosse sta lentamente sbriciolando tutto ciò che credevamo maestro.

Tutto ciò che dovrebbe essere portante.

Quei valori che avrebbero dovuto essere in cemento armato.

Quella linea di terra allora non è più ferma e solida.

Non da’ più certezze, non permette più di guardare lontano, ma ci obbliga a fare attenzione a dove mettiamo i piedi.

O a chi li calpestiamo.

È come se questo squarcio che viviamo ci stia in realtà traghettando verso un viaggio nuovo, inquietante e inaspettato.

Dentro un’oscurità in cui sentiamo di aver smarrito la via.

Il sole, però, si trova in due occasioni sotto la linea dell’orizzonte: al tramonto e all’alba.

Mi piace allora pensare che sia così.

…che dopo il silenzio di un buio calato dalle istituzioni o chissà quali movimenti oscuri, sia possibile trovare nuova luce in chi non è ancora disposto a vendere la propria libertà.

…che se una città può diventare abitazione diffusa ed alternativa, allora possiamo anche pensare fuori dalle armature.

…’chè l’alba l’aspettano solo i ragazzi.

E ti diranno parole rosse come il sangue

nere come la notte

ma non è vero, ragazzo

che la ragione sta sempre col più forte.

Io conosco poeti

che spostano i fiumi col pensiero

e naviganti infiniti

che sanno parlare con il cielo.

Chiudi gli occhi, ragazzo

e credi solo a quel che vedi dentro.

Stringi i pugni, ragazzo.

Non lasciargliela vinta neanche un momento.”

(“Sogna, ragazzo sogna”, Roberto Vecchioni, 1999)






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