ANNO 9 n° 292
Lettera 22
''a chi resta''
di Giuseppina Palozzi
12/07/2019 - 03:37

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

Ho sempre pensato che mancasse qualcosa alla metafora dell’elefante nella stanza.

Si, è vera tutta quella storia che non puoi non-vederlo, ma se ci fosse anche altro che, a causa di quell’ingombro, non puoi vedere?

Un po’ tipo il tizio distratto che si piazza davanti alla tivù quando Grosso si mette il pallone.

Penso a quanti diventano allora gli animali nella stanza e a quanto spesso ci crediamo abili e vissuti domatori, tanto da sottovalutarne la pericolosità invece; quella delle creature selvagge, imprevedibili e non addomesticabili al nostro volere.

Mi vengono in mente le emozioni.

Sacchi giganti ed ingombranti che impacchettiamo e differenziamo, ma che non sappiamo più dove portare; che quando uno diceva “tutte le strade portano a Roma” non lo pensava mica dentro una borsa di plastica color rosa big babol e i laccetti gialli!

Di fronte a quello che ci succede intorno restiamo a guardare, spettatori.

Come se i morti, gli inciuci viscidi, i lavoratori, i giovani, fossero tutti in un copione che poi, come mi dicevano da piccola, “tanto è tutto ketchup!”.

E invece NO!

Ma come si fa a riappropriarci delle emozioni, del dolore, della sorpresa, della felicità, della paura…

come si fa a riappropriarci delle reazioni?

Forse senza arrendersi,

senza smettere di pensare che poi tanto la bomba d’acqua arriva e, “quando arriva la bomba d’acqua noi apriamo l’ombrello” (Ride, 2018)

E tutta questa siccità, magari, porterà alla luce nuovi pezzi, nuove parti;

un mondo sconosciuto asfaltato da quel bestione incontrollato per le vie di Pamplona da cui siamo sempre scappati perché ci spaventava, ci faceva fuggire convinti di non avere le gambe per giocarci.

E ci accorgeremo invece oggi di sorridergli dicendo: “Quanto ti devo per la lezione?”






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