ANNO 9 n° 203
Lettera 22
''straniero, come tutti''
di Giuseppina Palozzi
31/05/2019 - 01:08

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

 

Le grandi penne sanno fare questa cosa di suscitare con le lettere un’immagine.

Una condizione. Un’emozione.

Viene da sentirsi piccoli e spaventati nel pensarsi tutti stranieri, come si descriveva il Vittorio di Repubblica verso cui Pillon ha perso (avrebbe detto la mia prof di matematica delle medie) l’ennesima occasione per stare zitto.

Quella che sembra una digressione, non lo è.

Si perché richiama la paura non solo dell’accoglienza dell’Altro, ma anche del riconoscersi in lui.

Sentirsi stranieri è come essere sempre fuori casa, fuori dalle certezze e non conoscere gli spazi e i confini. E non sapere neanche, paradossalmente, cosa temere.

Mi viene in mente la prima volta che sono andata allo stadio.

Abituata alla voce del cronista che descriveva l’azione, alla visuale proposta dai cameraman e al divano di casa da cui potevo andarmene quando volevo, una volta su quei seggiolini mi sentivo spersa.

C’era quel tipico silenzio del parlare diffuso; non c’era uno schermo, ma un enorme rettangolo verde e tutt’intorno colori e cose da guardare; ma soprattutto non eravamo liberi di scegliere dove stare o quando andarcene.

Dev’essere questo che si prova quando casa tua è ovunque e in nessun posto.

E probabilmente la sensazione che precede l’opportunità, è la paura.

La paura di trovarsi in un settore Z, impotenti.

Ma è proprio quella paura che strategicamente veniva fatta esplodere nelle piazze italiane 45 anni fa.

Perché di fronte ad essa, al pensiero di soffrire, al pensiero di perderci, siamo tutti intimoriti ed è forte la tentazione di annullare il pensiero. E forse le urne europee ci hanno raccontato questo.

O meglio, voglio spiegarmela così più che come confusione con i nasi rossi di Patch Adams, che invece hanno come mission portare sollievo a chi ne ha bisogno.

E succede anche a figure eccezionali come queste di esaurire le energie, bruciate tutte per fronteggiare il forte stress tipico delle professioni di aiuto. Ma vorrei che questo riconoscimento ufficiale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del burn-out come malattia non venisse usato per più chiare diagnosi, quanto invece per una maggiore attenzione alle risorse, alla prevenzione, alla sanità dei contesti lavorativi.

Alle persone.

Perché è fuori dalle acque territoriali che il viaggio diventa scoperta.

''E il naufragar m’è dolce in questo mare''.






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