ANNO 9 n° 230
Lettera 22
''parlami di te, vecchia signora''
di Pina Palozzi
26/04/2019 - 00:26

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

 

Ogni volta che lo passano in tv non riesco a non vederlo, che tanto lo so che va sempre a finire che poi il salto Baby lo fa.

Conoscere i passi, la musica, le scene, non mi impedisce ogni volta di vivermi quei 100 minuti che contano la mia stessa età.

Mi succede spesso, o meglio, mi succede con tutte le cose che non voglio dimenticare.

Quasi fosse un esercizio per la memoria.

Le canzoni del cuore, le foto, i film preferiti, le frasi sottolineate dei libri, persino i vecchi messaggi.

Hanno lo stesso effetto dei profumi: mi rigurgitano l’emozione che non voglio dimenticare.

Mi accorgo che succede con le cose che non vedo più, ma che sento ancora.

E penso che non voglio perderle.

Troppo spesso siamo superficiali.

Lo siamo con le persone vicine.

Lo siamo con i pezzi della nostra storia.

Lo siamo con le cose che siamo abituati a vedere, date quindi per scontato.

La Juve che vince lo scudetto.

La Regina Elisabetta.

L’eterna Roma.

Quanto costa esserci sempre però?

E, soprattutto, chi lo dice quel sempre?

Forse hanno ragione quelli che dicono che capisci davvero il valore di una cosa quando la perdi.

Mi vengono in mente gli orologi. Li usiamo tutti e sono fondamentali nella gestione del tempo e della vita. Ma soprattutto penso a quelli automatici, che funzionano solo con il movimento del braccio.

Quelli che funzionano soltanto usandoli, perché se lo metti in un angolo poi quando ti serve ti accorgi che non puoi più contarci.

Mi chiedo se ci rendiamo conto dello stravolgimento in atto.

Sangue che scorre solo per invogliare alle armi e aumentare odio e benzina.

Il tradimento della patria, in realtà dell’omertà, come etichetta per chi porta la verità fuori dalle righe.

Non tutte le rimonte, ahimè, hanno la stessa nobiltà di quelle su sabbia rossa.

Allora, come ci vengono trasmessi i colori della maglia che tifiamo e in cui confidiamo si, ma seguendola e vivendola sempre, così bisognerebbe mantenere vivo il significato di un giorno che non ha bisogno di disambiguazioni.

Un giorno che, pure se arriva tutti gli anni, segna qualcosa che non c’è sempre stato.

Qualcosa per cui si è combattuto, per cui si è morti.

Qualcosa in cui credere, qualcosa da pensare e raccontare ogni volta, qualcosa da tramandare.

Viva la libertà!




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