ANNO 9 n° 203
Lettera 22
''L’ho inventato io''
di Pina Palozzi
14/06/2019 - 07:56

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

In 60 anni di capelli all’indietro, occhiali a goccia e immortalità artistica, questa affermazione è sempre stata fonte di curiosità per me.

Si, insomma, Pippo Baudo è praticamente il Rimmel; l’antonomasia per cui un nome si porta dietro la propria caratteristica distintiva.

Mi sono sempre chiesta cosa intendesse per “inventare”.

Penso alle scuole e a quante Americhe respirano su quei banchi e magari hanno solo bisogno di qualcuno che le intraveda.

Allora mi chiedo, spolverando tra i ricordi appunti colorati di filosofia, se qualcosa esista indipendentemente dalla nostra percezione e se abbia bisogno davvero soltanto di un esploratore coraggioso.

Il Calcio-la Pasticceria-l’Astrofisica femminili esistevano già negli allenamenti, nottate in cucina, ore sui libri, prima ancora che si diventasse Gama-Préalpato-Hack?

Credo di si.

Credo che siamo molto più di un piccolo papero imbranato che per esistere aveva bisogno della matita di un fumettista.

E penso che dipenda da quanto noi stessi ci crediamo e dalla tenacia che ci mettiamo.

È da lì, da quel canale invisibile, che passa ciò che siamo.

Gli altri semplicemente lo vedono.

Esiste un filo rosso che lega la Processione di una Patrona, i funerali di Berlinguer e migliaia di ombrelli aperti ad Hong Kong: il riconoscimento.

Non la scoperta, non l’invenzione.

Il riconoscimento.

Ritrovare in qualcuno la nostra emozione e ritrovare in quella figura ispirazione.

E mi sembra evidente che nulla di tutto questo riguarda ciò di cui si è parlato da un balcone, né nel ’40 né tantomeno oggi.

Ha piuttosto a che fare con la costruzione continua e faticosa di nuovi incontri, in divenire, lontani quanto i The Cure da Botticelli, ma forse proprio per questo estremamente generativi.

Credo allora che tutto sia nella capacità di sognare, intesa come lungimiranza, rischio e dedizione.

 …‘chè Gaudì non lo sapeva mica che il “domani vieni presto che abbiamo da fare cose molto belle” sarebbe arrivato dopo 137 anni.






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