ANNO 9 n° 229
''Sono persone pericolose, guai a mettersi contro di loro''
Omertà e reticenza per paura della banda di Trovato: la città non ha denunciato e il Riesame spiega: ''E' proprio questa la forza della mafia''

VITERBO – (b.b.) E’ mafia. Per il tribunale del Riesame di Roma, che ha confermato in tronco tutte le custodie cautelari a carico dei tredici indagati dell’Operazione Erostrato, si tratterebbe di vera e propria mafia. Non vi sarebbero dubbi: troppe le affinità del clan gestito da Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi con le grandi realtà associative presenti e tristemente radicate nel Sud Italia.

''Il modus operandi dell’associazione facente capo a Giuseppe Trovato – si legge nelle oltre sessanta pagine di motivazioni depositate dal tribunale capitolino - è l’impiego indiscriminato della violenza, al solo scopo di affermare il proprio potere nell’ambito di un determinato contesto territoriale e sociale'.

Minacce, violenza e sopraffazione, manifestate a volte in forma ''lampante e clamorosa'' - attraverso incendi dolosi, pestaggi e vetrine mandate in frantumi - che hanno generato nell’intera comunità viterbese un clima di omertà e reticenza. Molte delle vittime del sodalizio, infatti, terrorizzate da ulteriori possibili ritorsioni della banda, avrebbero deciso di non sporgere denuncia, assumendo atteggiamenti reticenti anche di fronte agli inquirenti.

''Non mi sono rivolto a voi perché nel momento in cui ho realizzato che si trattava di un atto intimidatorio è subentrata in me una forte paura'' avrebbe spiegato ai carabinieri il gestore di compro oro, finito nella rete del clan.

A fargli da eco anche il titolare di un locale notturno: ''Ho paura, hanno dimostrato di essere persone pericolose: temo che possano fare del male a me e ai miei cari. Guai a mettersi contro di loro''. E prosegue il proprietario di un centro estetico: ''Io e i miei collaboratori vivevamo nel panico: sono persone che già dall’aspetto appaiono poco raccomandabili''.

Una situazione di terrore generale, alimentata dagli stessi membri dell’organizzazione, che avrebbero fatto leva proprio sulla loro ''fama'' per ''assoggettare e piegare ai propri fini la volontà di quanti fossero venuti a contatto con loro''.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che renderebbe il clan di Trovato una vera e propria associazione a delinquere di stampo mafioso. Oltre alla disponibilità delle armi, oltre alla struttura gerarchica del gruppo, in cui ogni persona avrebbe avuto un ruolo ben preciso alle dipendenze di Trovato e Rebeshi, oltre all’estrema solidarietà tra sodali e alla radicata territorialità, ci sarebbe stata una forza intimidatrice tale da permettere al gruppo di raggiungere qualsiasi obiettivo. Economico, sociale e professionale. La capacità dei tredici arrestati all’alba del 25 gennaio scorso, di imporre le proprie regole assoggettando un intero territorio.



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