ANNO 9 n° 143
L'avvocato di Fallico: ''Nessuna retromarcia: attendiamo esito autopsia''
L'avvocato di Luigi Fallico conferma che procederà con la querela

“Non abbiamo assolutamente cambiato idea: nelle prossime settimane depositeremo querela”. Così l’avvocato Caterina Calia, legale di Luigi Fallico, il 59enne ritenuto uno dei fondatori della nuove Brigate rosse, deceduto il 23 maggio scorso nella sua cella del penitenziario viterbese.

Mentre la Procura di Viterbo sul decesso dell’uomo aveva aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti, la Calia fa sapere che il ritardo nel deposito della denuncia è dovuto soltanto al fatto che “non abbiamo ancora i risultati dell’autopsia (esame che era stato eseguito all’indomani della morte al tempietto crematorio del cimitero San Lazzaro, ndr)”.

Ricordiamo che il legale era stato incaricato dalla sorelle di Fallico, Carmela e Francesca, di procedere a querela “per fare piena luce sulla morte del fratello”.

Il decesso del presunto brigatista, infatti, era avvenuto sei giorni dopo un forte malore. “Il 17 maggio il mio assistito aveva accusato dolori al petto e al braccio sinistro ed era stato portato nell’infermeria del carcere”, aveva spiegato la Calia. “Il medico gli aveva riscontrato valori della pressione arteriosa molto elevati (110/190, ndr): chiunque avrebbe compreso che un paziente con tali sintomi andava trasferito in una struttura ospedaliera attrezzata, e invece è stato riportato in cella”. 

Fallico, poi, si era risentito male il 19 maggio, giorno in cui era comparso davanti alla prima sezione della Corte d’assise di Roma, dove si celebrava il processo a suo carico per associazione sovversiva con finalità di terrorismo e banda armata. 

La Calia, come aveva sostenuto subito dopo la morte di Fallico, ha confermato di considerare “responsabili il medico e gli infermieri che hanno visitato Fallico il 17 maggio”. In questo contesto, tuttavia, va anche detto che, secondo quanto si era appreso in ambienti carcerari, dalla cartella sanitaria di Fallico non risultavano gravi patologie, né tantomeno problemi cardiocircolatori. “Nessuno può sapere se, sottoposto a cure adeguate, il mio assistito si sarebbe potuto salvare, certo è che da parte dei sanitari del carcere c’è stata negligenza. Adesso – ha ribadito in conclusione l’avvocato Calia – attendiamo l’esito dell’esame autoptico per valutare come procedere”. 

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