ANNO 9 n° 168
Lettera 22
''Obiettivo grandangolo''
di Giuseppina Palozzi

di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

Di millimetri, gradi e tutti quei parametri che preparano al click, una come me che per le foto ha una passione amatoriale formato Instagram, probabilmente ne sa poco.

Però, lontani dalla pretesa di accostarci a chi scatta per professione, le gigantesche possibilità che ci offrono i tempi moderni permettono di giocarci, un po’ come quando da piccole ci divertivamo ad interrogare studenti immaginari provando ad usare lo stesso linguaggio delle nostre maestre.

Allora si, succede che in vacanza o durante una serata tra amici dobbiamo fare una foto che spacca ed ecco che il famoso “occhio di pesce” viene comodamente posizionato con una pinzetta sul telefono. Il risultato, che può sembrare deformato e non perfetto, in realtà è quanto di più vicino alla percezione dell’occhio umano si possa avere.

Mi viene da chiedermi, qual è l’obiettivo?

Non il grandangolo, lo scopo intendo.

In un’epoca in cui, proverbialmente, la velocità della luce è stata ampiamente superata da quella di comunicazione in un’immagine, esattamente qual è il nostro obiettivo quando ne facciamo o ne usiamo una?

L’immediatezza.

Ecco forse di questo si tratta, di non fare in tempo a difendersi da quello che un’immagine ti dice.

Un’immagine arriva.

Un’immagine avvicina.

La foto di un bacio che non richiede preservativo o di una barca fitta di persone come lo è uno spazzolino di spatole non sembrano oggi così diverse.

Ad anni di distanza quell’obiettivo inquadra la stessa disperata necessità: avvicinarsi per conoscere, per capire.

Ma allora mi chiedo, perché c’è chi sembra invece anestetizzato anche alle immagini?

Che abbia già sviluppato una specie di virus resistente a tutto ciò che attivano?

E se così fosse quanto presto dobbiamo aspettarci un reale contagio?




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